Diario del Cile (Marzo 07) •PDF• •Print• •E-mail•
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•Written by Riccardo Carlesso•   

(I fatti narrati si svolgono tra il 17 e il 31 marzo. Le notizie vengono narrate in tempo reale)

 

 Premessa. Questo diario è un poutpourri di vari stili. Nasce come ricordo di getto di quel che ho fatto, e talvolta è una noiosa accozzaglia di date ed eventi. Semplicemente quando l’ho buttato giù avevo bisogno di ricordare il più possibile finchè tali eventi erano freschi. In un secondo momento ho poi cominciato a romanzare il tutto e a fare un certo labor limae.

Sabato 17

Partenza da Bologna alle 18. Arrivo a Madrid la sera, e a Santiago la Domenica mattina. In aereo sto di fianco a una ragazza di nome Samanta con cui faccio amicizia e parliamo in inglese e spagnolo. (il mio spagnolo è pessimo). Mi racconta di esser nata in Cile (dove è stata fino a 6 anni fa) a Santiago con suo fratello e con la mamma. Poi 6 anni fa ha trovato lavoro in Spagna e ci si è trasferita. Lavora nel campo della televisione e delle pubblicità (no, ragazzi, NON è una modella). Ora ha trovato lavoro di nuovo a Santiago (ecco perchè è qui); dato che a Barcellona non ce la faceva più (ARGH!), ha quindi deciso di cogliere al volo l’offerta e riavvicinarsi alla famigliardopo ben 6 anni! Scoprirò nei giorni seguenti che ha 35 anni e che in questa migrazione c’è anche lo zampino di motivi d’affetto.

Domenica 18

Arrivo in aeroporto intorno intorno alle 9. Prendo un taxi per l'albergo (a Providencia, il quartiere più bello nel lato est della città). Mi lavo, mi cambio, e verso mezzogiorno prendo un metro per guardarmi il centro.

 Esco a Plaza de Armas, poi mi dirigo verso il Mercato Central per mangiare qualcosa. Seguo infine la strada principale verso Santa Lucia e poi verso San Cristobal, il rio (credo si chiami Mapocho) è più sporco del Po. Passo davanti all'Accademia di Belle Arti, poi arrivo al Parco con zoo del Cerro San Cristobal (vicino a casa di Neruda). Qui è pieno di venditori di strada, e gente che beve birra lungo le vie del quartiere. Ricorda un po' via Zamboni a Bologna, senza però l'Università. Entrato nel parco, faccio la coda per la funicolare. Nel parco ci sono due piscine, e la Lonely Planet mi dice che una è aperta (dopotutto è domenica, e l'estate è appena finita).

Vista di Santiago da Cerro San CristobalLungo la funicolare il panorama è bello: si vede tutta Santiago da quassù, si distinguono quartieri ricchi e poveri, colli e grattacieli. Arrivato in cima vado a vedere la Madonna di San Luca, ehm, di Santiago, poi mi dirigo con altre funicolari verso le piscine. Scopro con disappunto che sono ambedue chiuse. Dalla cartina, scopro che le funicolari mi portano circa a 1 km da Providencia, decido allora di scendere a piedi all'albergo per vedere parti meno battute della città. Alle 4 e mezza sono a Providencia, mi faccio un giro a casaccio e faccio un po' di spesa (un ottimo Carmenère Riserva,  come suggerito dalla mia Lonely Planet, succhi vari, e una cuffia/mic per skype; il vino lo porterò con una certa fatica in Italia da offrire ai miei Baroni...). Nel tardo pomeriggio torno stravolto in Hotel e mi preparo a uscire di nuovo. Il quartiere più bello per aperitivo è Cerro San Cristobal, quindi mi prendo un metro e ci torno. Cerco il posto suggerito dalla LP, l'Etniko, ma scopro che è chiuso. Mi infilo in un chiostro interno da un varco sulla via principale e mi trovo in una placita piena di negozietti e un sushi bar.

Mauricio e il suo sushi alla palta!Mi fermo, cibo, e faccio amicizia col proprietario del locale, tale Mauricio, che lavora con internet e ha un sacco di foto. E' un po' un quacquaracquà, ma simpatico; al momento di pagare, mi dice un detto cileno in spagnolo, e dopo varie traduzioni in inglese arrivo al significato: “A casa del fabbro, la lama del coltello è spuntata/di legno” (per dire: sei un informatico come me, sei turista, ti faccio pagare molto meno): lascio a voi l'interpretazione della veridicità della frase. Ho provato il mio primo Pisco Sour, oltre a del buon sushi con palta, e aver provato dei ravioli di carne che molto ricordano quelli cinesi (li aveva presi la moglie, ed erano gli ultimi, ma me ne fa assaggiare un paio). Carico come una molla, me ne esco dalla piazzola e decido di tornare a casa a piedi (il metro ha chiuso da 10 minuti, sigh). La strada è lunga e molto meno coreografica di quanto credessi.

Lunedì 19

 Sveglia alle 8. Mi faccio bello e prendo la metro da Pedro de Valdivia a O Higgins, guardandomi il parco che tanto mi aveva affascinato su Google Earth. Arrivo all'Università alle nove. A pranzo vado in un ristorantino immerso nel verde dell'ippodromo con piscinetta interna: il ristorante è abbastanza povero e mette verdure ovunque, ma la vista è magnifica. Esco alle 18, e ripasso dal parco O Higgins. La sera decido di andare al Liguria, come suggerito dalla LP. A cena faccio amicizia con 2 cileni che mangiano rispettivamente lasagne Bolonnaise e gnocchi al pesto. Io mi ostino a non mangiare italiano e mi faccio una mitica Reineta con patate e spinaci e una ottima boccia di Carmenère (la LP ti aiuta anche con la gastronomia, mitticco!). Mi ero sentito con Samanta via email, e in effetti mi raggiunge al Liguria a fine cena, facciamo due chiacchiere davanti a una birra poi mi accompagna in albergo. Stiamo un po' fuori a far due chiacchiere.

Martedì 20

Stesso come sopra.

Mi faccio un aperitivo con Barbara (arrivo con straritardo ma non è colpa mia, giuro), una spassosissima italiana sposata con un israeliano che ho incrociato in skype (guglando le persone italiane con residenza a Santiago!). Il bar in cui lei va sempre è Hamoody, a uno sputo dall'uscita Los Leones. Questo tesoro di ragazza mi dà un sacco di utili dritte su Santiago e sul Cile; pensiamo di aspettare suo marito e andar fuori a mangiar qualcosa ma poi lui non può e non se ne fa nulla.

 La sera vado a mangiare al sushi bar di fronte all'albergo, che mi faceva una gran voglia (oltre a una cameriera che mi sorriderà tutte le sere che passerò qui davanti, con risatine annesse delle colleghe; è carina: probabilmente è straniera). E' il secondo sushi, è squisito (scopro che i giapponesi comprano dal Cile molto pesce, quindi...), e noto che qui abbondano con la palta (avocado): in effetti qua è ottima, abbondante e muj barato... quindi non gliene si può fare una colpa, anche se il pesce annega letteralmente in questa sbobba verde (che peraltro amo) :)

Mercoledì 21

Stessa giornata monotona, alla sera faccio una strada diversa per la metro e fotografo una specie di accademia militare. Faccio un po' di shopping: ho bisogno di una polo gialla. Questa sera cena all'Infante 51: un ottimo ristorante di pesce dove però sono parchi con le porzioni. Mangio un'ottima zuppa secca di pesce oltre a un'infinità di antipasti. Tale Armin mi convince che la mia prima idea di una vacanza di 4-5 giorni a Pucon con discesa per il Calle Calle, Valdivia, Puerto Montt e Chiloé sia un po' pazzoide poiché in così pochi giorni non riesco a vedere quasi niente; cerca di persuadermi a vedere il deserto di Atacama, dove almeno avrei alcune certezze sul tempo atmosferico. L'idea comincia a sconfinferarmi.

Giovedì 22

Questa sera mi vedo con Samanta. Mi viene a prendere in albergo alle 2030. Decidiamo di andare a mangiare al sushi bar qui di fronte poiché sono drenato e sto dormendo 5 ore a notte. Mi dà qualche dritta sui posti in cui mi piacerebbe andare la seconda settimana.

Venerdì 23

 Stamane sono in anticipo. Incuriosito dalla facoltà di Ingegneria, ci entro e me la guardo per bene da dentro (ho visto degli splendidi giardini da fuori). A pranzo oggi vedo dei cavalli da vicino.

Questa sera decido di andare all'Etniko e lo trovo aperto, ma prima faccio un po' di shopping. Acquisto una memoria da 1GB, per poter lasciare il computer a Santiago e triplicare la mia autonomia di foto; porterò con me anche il mio mini HD esterno nel caso riempissi le SD e trovassi un internet point (cosa che ovviamente succederà: viva il progresso!). Doccia, poi prendo la metro. Scendo in Baquedano, arrivo al Cerro San Cristobal e me lo giro alla ricerca del locale ma non lo trovo. A un certo punto chiedo informazioni a un tipo accompagnato da due ragazze di cui una è la morosa. Il tipo va di fretta, e dice che mi ci porta lui; le ragazze mi sorridono e l'altra mi si presenta e mi dà un bacino sulla guancia (noi italiani siamo per due, i cileni per uno, e i perugini per tre, e mentre tento il secondo la metto davvero in imbarazzo!) e mi impezza un po'. Convinto di aver infilato una splendida serata con degli autoctoni (e le ragazze sono pure molto carine, cosa rara in Cile), non ci posso credere quando mi dicono: “ecco il locale è qui, scusaci ma andiamo di fretta”; magro conforto, la ragazza libera sembra un po' dispiaciuta. Entro all'Etniko, il locale è buio e molto trendy: quando arrivo è mezzo pieno ma nel giro di mezz'ora diventerà pieno coconato. Mi arrischio a provare cose strane, mi ritrovo ad annegare nel cetriolo e a toglierlo dal mio piatto con precisione certosina; la fame è possente in me, e annaffio il sushi in Pisco Sour e in un improbabile Saké Sour intentatomi dal barman: ai cileni sta cosa del 'sour' piace molto: affogano qualunque cosa, anche le madri, in limone e zucchero e shakerano. Mi son fatto tutto bello, e sono solo le 11 e ho già finito di mangiare. Le mie due vicine di sushi offendono il mio ego non cagandomi di striscio; l'indomani ho l'aereo per Calama e mi sveglio alle 6. Però non ho sonno: decido di scendere verso il Cerro Santa Lucia, che non ho avuto ancora il paicere di vedere. Prima però faccio un saltino nella bella placita a salutare Mauricio: mi presenta un suo amico argentino che è di parenti italiani e mi dicono che faccio bene ad andare a San Pedro, e mi danno un 'foglio di via' da consegnare al proprietario dell'Adobe (cosa che però non farò) dicendo che sono loro amico per farmi fare dei buoni prezzi e farmi prestare magari dal tipo stesso una macchina per un viaggio nel deserto... Saluto i due pazzi e scendo verso Baquedano. Mi faccio 2 km di O Higgins verso ovest, ma non riesco a fotografare nulla di interessante a Santa Lucia. Vedo lo splendido Crowne Plaza Hotel, poi stanco mi prendo un taxi e mi faccio portare a Providencia. Un attacco di malinconia mi porta a vagare a piedi per Providencia: dopotutto è venerdì sera, e c'è un sacco di gente in giro. Avevo pure idea di andare al Blondie (un'irresistibile disco per giovincelli che fa Brit Pop: Pulp, Blur, ...), ma è un po' troppo fuori strada e in una zona meno bella (Cerro Brazil è oltre la stazione, come la nostra Bolognina per intenderci). Cammino per Providencia e mi faccio un gelato (un masagno esagerato, che equivale a 8 palle di gelato italiano). Torno infine a casa facendo un ultimo sorriso alla cameriera di sushi.

Sabato 24. Arrivo a San Pedro, gita a Valle della Luna

Sveglia alle 6.30, alle 7 faccio colazione, checkout, e taxi per l'aeroporto di Santiago; direzione Calama, da cui improvviserò qualcosa per San Pedro de Atacama. Arrivo intorno alle 11, l'aeroporto è buffo: nel mezzo del deserto (e quindi del nulla), è un'enorme distesa pianeggiante e non sembra proprio di stare a 2000m d'altezza (visto il caldo tropicale: siamo nel deserto a fine estate e poco sopra il tropico del Capricorno). Nel frattempo mi sono divorato tutto lo scibile umano su Calama e San Pedro contenuto nella Lonely Planet, ho già abbozzato un programma niente male per i 4 giorni a San Pedro e mi piacerebbe anche visitare la miniera di Chiquimacata (la seconda miniera di rame al mondo, la prima è qui vicino verso Antofagasta: per chi non lo sapesse il Cile è un enorme esportatore di minerale, perlopiù rame salgemma e nickel, il che è la fonte – poco rinnovabile invero! - della sua ricchezza). Sono un po' emozionato, la programmazione finisce qui, da questo momento è tutta   improvvisazione. Mi offrono un bus diretto a San Pedro per 7’000$ (1€ vale circa 700 pesos oggi: conto pari); nella guida non c'era: mi risparmio di passare dal terminal di Calama città e arrivo su già per pranzo! Accetto. Un'ora di visione del deserto (durante la quale fotografo i panorami come un giapponese con un tic all'indice destro) e a un certo punto da un'altura fa capolino un rettangolino di verde: un paio di kmq, nulla di più. L'autobus prende la via per questa oasi, la strada è sterrata, polverosa e rossa, le case poverissime, penso sia un avamposto sfigato prima della sfarzosa e turisticissima San Pedro. Una doccia gelata dall'autista: Bienvenidos a San Pedro de Atacama!. Cacchio, 5 giorni in questo posticino dimenticato da Dio? Sarebbe questo il 'paradiso dei viaggiatori con zaino in spalla' tanto decantato dalla LP? Sono deluso e ho un senso di claustrofobia. L'autista chiede ai convitati quale sia il loro albergo; tutti rispondono tranne io. Ho una sensazione di solitudine mista a orgoglio, come di essere nel posto sbagliato e di voler fuggire; mi concedo dieci secondi di smarrimento, poi mi faccio coraggio. L'ingegnere organizzatore che  è in me (quello che ha passato 2 ore a sottolineare e collegare alberghi, agenzie, ristoranti, eventi, a disegnare un calendario vacanziero con tanto di GANTT) riprende il sopravvento. Prendo il lato buono della cosa, dico all'autista che non ho ancora deciso, così mi guardo gli alberghi dei “colleghi”. Li confronto al volo con il giudizio della LP (e i prezzi!) alla ricerca del mio preferito (Mama Tierra), e infine mi ci faccio lasciare. E' molto distante (550m dal centro): in effetti San Pedro è un buco, e puoi avere tutto nel raggio di 50 metri! Mi guardo l'ostello, a gestione familiare: la mamma mi fa vedere la camera mentre il figlio mi porta una cartina turistica di San Pedro. Sembra discreto e pulito, oltre che molto povero (non mi tacciate di fighetteria, ve ne prego, fino a ieri stavo in albergo con doccia multispruzzo air conditioning mini bar!). Il prezzo è sui 10-15 USD notte. Le dico che ci penso, e corro subito in centro alla mia agenzia designata (la Cosmo Andino, che la LP dice essere la più irreprensibile della città).

E' l'una e mezza, e ho già il mio programma in testa: ci sono tre escursioni (una mattutina, una pomeridiana e una giornaliera) e vorrei smaltirle quanto prima per poter infine ripetere o meglio esplorare quanto ho maggiormente gradito. San Pedro è infatti famosa per le numerose gite che potete fare partendo da lì, quasi tutte nel vicino Parco Nazionale Los Flamencos. Vorrei fare oggi pome la poetica Valle della Luna, domattina i mattinierissimi Geyser del Tatio con pomeriggio libero, e l'indomani i Laghi dell'Altiplano. Tali escursioni hanno orari ben precisi (la prima necessita un tramonto, la seconda un'alba ad esempio), che stanno scritti sulla LP e mi hanno permesso di stilare un calendario ben preciso. Entro in agenzia e già mi piace. Una biondina con occhiali da studentessa da hentai e uno sguardo vispo alla Meg Ryan (ma non conturbante, sebbene siamo nel deserto :D) mi accoglie con un ottimo inglese. Comincia a intomellarmi con le gite ma la interrompo subito: voglio fare oggi la Valle, domattina i Geyser, e l'indomani i Laghi e se poi ha qualcosa da proporre lo incastono nel quarto e ultimo giorno (ho l'aereo di ritorno mercoledì mattina, infatti, per poter vedere Valparayso Vina e quel che mi manca di Santiago). La tipa non ci può credere, mi vede ornagizzatissimo e in 5 minuti ho prenotato e pagato le tre escursioni e ho scucito una cinquantina di euro. Due piccoli imprevisti: i laghi sono disponibili solo martedì, e mi costringono ad anticipare il giorno libero obbligandomi a stringere i tempi prima della partenza, vabbè poco male. Secondo, la Valle della Luna non comincia alle 16 come da LP, ma alle 14.30, perché è entrata da poco l'ora legale e perché questa agenzia è più premurosa e ci fa vedere più cose. Sto strippando, ho solo un'ora per fare i seguenti: 1 comprare acqua e crema solare (prioritari: nel deserto non ci sono piadinari né ombrelloni!); 2 svuotare lo zaino dei miei vestiti nell'ostello, previa scelta di quest'ultimo (nello zaino ho i vestiti della prossima settimana, avendo lasciato vestiti e computer a Santiago, e questo paio di pantaloni assurgerà nei prossimi giorni a forma di vita indipendente, tipo golem di fango); 3 metter qualcosa sotto i denti (ripeto, niente piadinari nella Valle della Morte, che ci sia una correlazione col nome?).  Le dico la mia preoccupazione mentre i miei occhi indugiano sui suoi seni che nuotano sotto una abbondante salopette di jeans (che sia incinta?). Le dico che non ho materialmente il tempo per tornare all'ostello designato e le chiedo consiglio per uno più vicino. Cogliendo il mio approccio del 'ndo cojo cojo': mi suggerisce Villa Coyo; una veloce scorsa alla LP mi conferma che è delizioso accogliente e barato; il giardinetto centrale con amaca è carino, ma la camera che la tipa mi palesa è spoglia, essenziale (tre letti e un comodino, una luce e una presa di corrente malfunzionante, e basta). Non ha singole, solo questa tripla che mi fa pagare il doppio, 10000 pesos. Scuoto lo zaino, ed esco ad approvvigionarmi di acqua (la crema la troverò solo stasera). Mangio frugalmente nel ristorante qui vicino (a 20m da ostello e agenzia!) dicendo che 'tiengo muj appetido, poquito tiempo, mangio todo sin verduras'. In 20' mangio questa bisteccona con riso e patate, e conosco i miei primi “turisti”: 2 cileni e 2 giapponesi che lavorano qui come geologi. Alle 14.30 entro nel bus per le valli (Morte e Luna) e rimango un po' deluso: tutti anziani o coppiette, però attaccar bottone è facile: tutti han voglia di parlare (e i francesi spesso apprezzano i miei fievoli sforzi nella loro lingua).

  Il bus ci porta  prima a una specie di belvedere a strapiombo in cui vediamo un bel panorama e scattiamo copiose foto; la guida (così come quelle dei proxx giorni) parla spagnolo e inglese a pappagallo (il suo pessimo inglese gli consente di sbrodolare la storiella a memoria, ma poi non sa rispondere alle nostre domande!) ed è simpatica. Prima tappa seria per Valle della Morte (così chiamata, ammetterà candidamente, per catturare la fantasia del turisti!). Da qui camminiamo un'oretta, stando attenti a non correre visto il poco ossigeno, saliamo un po' e arriviamo a uno strapiombo che dà su una splendida vista della Valle. Sono le 15 di un pomeriggio di fine estate sopra il tropico del Capricorno, sebbene io giochi in casa è comunque un caldo porco. La vista è splendida. Nelle varie direzioni, vediamo pietre vulcaniche (la zona è più sismica del mio bagno dopo un buon sushi) con striature dovute a stratificazioni successive orientate in direzioni diverse; ad esempio, alla nostra destra vediamo strati orizzontali, mentre giù nella valle alcune rocce con strati verticali, altri diagonali! In effetti, è proprio bella! In basso ci sono formazioni abbastanza regolari che sembrano piramidi di altezza lineramente crescente. In lontananza, vediamo il vulcano Licancabùr (5900m). La guida pazza ci fa scendere da un'enorme duna di sabbia su cui alcune agenzie organizzano sand-surfing. Con le nostre scarpe, però, non scivoliamo giù, anzi ci impataniamo fin dentro le mutande (la LP mi aveva avvisato!). Di sotto, camminiamo un altro po' per questo canyon per arrivare infine al bus.  Dopo un paio di mie integrazioni alla nostra guida su minerali e sali, gli altri turisti hanno capito che sono un ingegnere chimico (che qui in cile è un eroe nazionale, additato come un astronauta in USA) e mi riempiono di domande di cui non so la risposta. Il suo 'interno' (difficile definire un interno, qui, diciamo 'dopo aver superato il pagamento del pedaggio') è un  paradiso dei geologi: giriamo per un angusto canyon circondati da rocce dalla strana forma, e il colore che va dal rossiccio al bianco sporco!

  Sono le 16.30, e andiamo alla volta di Valle della Luna. Scopriamo poi essere sale queste rocce; quando piove quei 20 minuti l'anno, questo posto deve diventare davvero spettacolare, come una torre d'avorio! I vecchietti e l'ingombrante tedesca ci fanno perdere tempo, e cominciamo a temere di perderci il bello del tanto decantato tramonto a Valle della Luna! Nel frattempo, faccio amicizia con tale Valerio (romano di Londra) e relativa morosina inglese (Emily). Arriviamo allo spazio sotto Valle della Luna alle 18.15, e il tramonto è tra soli 15'. Si sale per il declivio terroso, fino alla bellissima “duna protetta” (una duna perfettamente simmetrica in cui puoi camminare solo sulla linea in cima; se cadi ai lati hai una multa di 40000 pesos). Da qui, hai tre scelte a seconda delle energie rispettivamente decrescenti: 1 percorri la duna e sali fino in cima: è il punto più alto con il miglior panorama (ma è più di mezzo chilometro nella sabbia in soli 10'!); 2 vai dritto a sinistra della duna: il paesaggio è comunque molto bello; 3 ti fermi qui. La guida ci dice di andar con Dio, e che ci troviamo alle 19 (appuntamento a cui io e Valerio arriveremo immancabilmente in ritardo). Valerio ed io abbiamo uno sguardo d'intesa, vogliamo compiere l'impresa eroica e partiamo come fulmini. La duna è stupenda, il paesaggio pure, ma c'è poco tempo per goderselo. La camminata è una marcia forzata, in certi momenti penso di non farcela. Il sole è già calato oltre la cima cui miriamo, ma se la raggiungiamo abbiamo 15' di tempi supplementari prima che cada sotto le montagne successive.  Finita la duna, con la mia fedele boccia d'aqua sin gas che sballottola al mio moschettone sinistro, comincia la salita. Valerio ed io corriamo ma il cuore mi sembra di scoppiare. La sabbia cede il passo a un terreno più petroso e congeniale al piede, non fosse per la pendenza che gradualmente supera i 60°. Mi sembra di essere al Monte Fato con Er Sam Gangee davanti che mi incita a salire “Padron Riccardo, aoh, dai che ce la famo, dai che è fatta, la punta sta llì, semo arrivati, dai!”. Fortuna, sono pochi metri ancora. Arrivo in punta trafelato, e vengo investito da un freddissimo vento. Ci sono 30 persone che mi guardano ridendo: il fiatone è possente in me, e in loro suscita un divertente deja vu. Sento qualcuno parlare romagnolo (scoprirò poi essere Maurizio e Nicoletta).  Il vento è forte, e il sudore comincia a diventare un nemico, comincio a  tossire come un dannato. Dopo la 20ma foto mi decido a infilarmi la felpa salvavita di Fabiana. Il sole sta per calare, punto il treppiede e comincio a far foto come se piovessero (sebbene l'obiettivo sia sporco e quindi non molto obiettivo), e baratto qualche foto con Valerio. La vista non mi sembra all'altezza dell'aspettativa instillatami da cileni e Lonely Planet (“... mentre osservate questa vista spettacolare con il sole che scivola oltre l'orizzonte, ecco che si verifica una bellissima trasformazione: l'anello di vulcani in lontananza, le vette frastagliate della Cordillera de la Sal e i surreali paesaggi lunari della valle sono improvvisamente soffusi di intense tonalità porpora, rosa e oro...”), ma è comunque molto bella ed evocativa. La costante in questi giorni di escursioni sarà di eterna delusione dell'oggi e speranza nel domani, per terminare con un recupero postumo del passato, il che può visto un po' come metafora di vita: è comunque certo che il vanto che i cileni attribuiscono a questi posti non è del tutto equilibrato per noi europei (la stessa impressione l'hanno avuta altri turisti con cui ho parlato). So che papà e mamma si godrebbero molto questa vista di montagne, vulcani, pianure desertiche e colorazioni varie: vorrei avere un grandangolo o comunque una macchina migliore per catturare questa esperienza. Valerio mi fa guardare dietro, da dove veniamo, e in effetti alcune rocce raggiungono strane sfumature, dal rosa all'azzurro. Ci sentiamo padroni del mondo da quassù, e nel raggio di 20km è sicuramente vero, e per questa sera. Perché il grande segreto di San Pedro è la sua fatuità: oggi sei qui, domani nuovi turisti saranno qui mentre tu sarai a fare un'altra escursione, e tra quattro giorni non ci saranno più le stesse persone. Insomma, il turnover è di 4 giorni: il primo sei una pecorella sperduta, il quarto sei un veterano. Valerio ed io scendiamo al bus per ultimi, ma non chiediamo scusa, lo sguardo è compiaciuto e gli altri ci fanno domande.

Alle 19.30 siamo a casa, e l'indomani mi aspetta una levataccia per i Geyser (sveglia alle 3:30!); decidiamo di fare una cenetta muj tranquilla per poi andare a nanna presto. Andiamo in un posto caro ma molto carino, con i falò a fianco e un gruppo che suona motivi tipici (dopo 10 minuti e aver chiesto la mancia, ci lasceranno per battere tutta via Caracoles). Prendo un piatto che è il più grande piatto di carne della mia vita: una specie di mega filetto di manzo affogato in abbondanti riso bianco, uova cipolla e patate fritti. Dopo un'ora di chiacchiere (la tedesca è stra in gamba, parla un sacco di lingue, ma è più egocentrica di me, dopo un po' non la reggi proprio più... non sono riuscito nemmeno a darle un'età a dir il vero!). Alle 22 sono a casa: doccia poi crollo a letto. E' stata una lunga giornata.

Domenica 25. Geyser di El Tatio e riposo.

   Sveglia alle 3.30 (!!!). Mi lavo i denti ed esco da VillaCoyo. Curiosamente abbastanza, un giapponese è fuori, e col tempo altra gente esce da qui e da ostelli vicini. La città dorme, ma molti turisti sono svegli per aspettare il proprio minibus che li porta a questa avvincente e distruttiva esperienza. L'autobus ci porta su per due ore di sterrata e tornanti, e la vicinanza della tedescona non aiuta di certo a tenere la cena di ieri nello stomaco. E' dura, ma il dormiveglia mi aiuta a non vomitare. Alle 6.20 arriviamo. E' un freddo porco a quest'altitudine, siamo sotto lo zero, ma siamo preparati; lupetto, felpa, giacca, sciarpa, cappellino a malapena bastano, vorrei aver portato anche i guanti. Mentre la guida prepara la colazione, io e la francesina non resistiamo alla tentazione di provare il Mate de Coca, che dovrebbe dar sollievo contro il mal di stomaco e l'altezza. E' un eccitante che dovrebbe essere un lontano parente della cocaina, ed è legale (non avrò però il coraggio di passarci la dogana, vallo a dire ai cani!); la guida mi dice di prenderne le foglie infuse o di metterle sotto la lingua, ma che se mangio le foglie poi ho la pelle che puzza come quella di un cavallo; i compagni di viaggio e la francesina ridono. La particolarità dei Geyser è che - sebbene sempre attivi – sono ben visibili solo all'alba dove l'escursione termica è massima. Passiamo un'oretta in mezzo a questi diavoli: alcuni spruzzano sempre e a bassa pressione come nella gora dell'eterno fetore, altri hanno il timer come Yellowstone, in altri non vedi moto ma solo acqua calda fumante, da buttarci due spaghi. Metto le mani gelide nel vapore ma non basta (oh, LP, mi avevi avvisato!) e provo a immergerle; in effetti, questo racconto lo sto battendo con il naso. :) Scherzo. Il sole è su dalle sette e comincia a dare effetto dell'irraggimento con stupefacente velocità: come cipolle (non lasagne, badate bene!) cominciamo a perdere strati. Il macho che è in me mi spinge fino alla canotta per offrire alle turiste l'attrattiva delle mie spalle :).

  Un breve percorso in bus, poi camminiamo a un lago 'geotermico' e lì faccio il bagno con la simpatica cilena e l'ingombrante tedesca. Azzardo due bracciate a delfino, ma è fuoriluogo e lo capisco persino io. Rivedo la bella riminese della Valle della Luna da cui mi faccio scattare un po' di foto. Mi rivesto, faccio due tre foto al Geyser che – dicono – ha ucciso tre turisti, e si riparte. Di tutta questa faccenda l'unica cosa che mi ha colpito, oltre all'incredibile escursione termica, erano alcune escrescenze rossicce di tipo credo vegetale che proliferavano nell'acqua di alcuni geyser e che vi si muovevano: evocavano qualcosa a metà tra Alien e le colonie Zerg di Starcraft.Torniamo a casa grondanti sudore, il freddo è ormai solo un ricordo che solo le nostre brave macchine fotografiche custodiscono.

  Di ritorno, facciamo una strada che passa vicino al Rio Putana (tra le mie risate, la guida dice: 'non chiedete a un italiano cosa vuol dire') e vedo uno splendido stagno con un po' di fenicotteri che ci si bagnano, e più avanti alcuni camelidi tra lama, alpaca e vigogne (non saprei dire con certezza). E' in momenti come questo che vorrei avere uno zoom più potente.

 Ci fermiamo in un paesino molto caratteristico (credo sia Caspana, o forse Gautìn: non saprei). Qui un signore frigge empanadas a go go, con ripieno di formaggio di capra: è qualcosa di stupendo, mi sembra per un attimo di essere in Sardegna. Ho giramenti di testa dovuti a sole, altitudine, e fatica fisica (per fotografare lama e fenicotteri ho fatto dei piccoli scatti che sono sconsigliatissimi a questa altitudine) e provo quindi una bevanda medicinale tipica che, come il mate de coca, aiuta a stare meglio; funziona, e mi guardicchio il paesino. Ci sono due file di casette tutte uguali: muri in adobe, tetto di paglia fermato a due lati da terriccio: la pioggia qui non è un problema. Sopra i tetti, hanno tutte una croce cristiana addobbata ad albero di natale: il cattolicesimo è molto forte in queste zone. Su una piccola salita, torreggia una piccola chiesetta molto caratteristica, che ricorda quella di San Pedro.

 A ora di pranzo siamo a casa, crollo a letto dopo aver consumato un frugale pasto muj barato (ma niente di che, solo la cameriera meritava) in via Caracoles. Al risveglio, sento voci in italiano, e chi ti ritrovo nel cortiletto di VillaCoyo? I due riminesi, Maurizio e Nicoletta. Ci faccio due chiacchiere, nel frattempo si unisce anche Erica di Cuneo. Decidiamo di mangiare la pasta insieme; io ed Erica andiamo a far spesa mentre i ragazzi preparano acqua e sugo. Sotto mio consiglio, prendiamo due ottime bottiglie di Carmenère riserva, che però offre Erica (problemi di contante, sigh! Noti il veloce e rapace arricchimento degli autoctoni anche da questo particolare: non hanno resto di 10mila pesos per una spesa di 4000, e se ci riflettete un po' è molto strano). La pasta è scotta (non è colpa di Nico, ma della pasta, diciamo che in Cile hanno altre specialità...) ma questo piccolo angolo d'Italia in questo cucinotto comune in un'oasi sperduta nel deserto più arido del mondo ha la sua poesia. Passiamo ore a raccontarci le nostre storie. La coppia di Savignano ha intrapreso un viaggio di mesi per Argentina e Cile; è un'esperienza molto particolare, ricca di intriganti “coincidenze” e rimango stregato ad ascoltare i due matti, c'è del mistico in questo viaggio visto coi loro occhi, e la cosa ci affascina. Erica è invece poco oltre metà di un viaggio di 5 settimane, ma è sola da soli 2 giorni, in un viaggio che la condurrà in Bolivia. Tutti vanno a letto, ma ho bisogno di un'oretta per assaporare e meglio digerire tutti i nostri discorsi.

Esco, e mi incammino verso fuori San Pedro. Come finiscono le luci della città si cominciano ad accendere quelle del cielo più terso del pianeta (tanto che un consorzio di nazioni americane ed europee sta costruendo nell'Atacama il telescopio più grande del mondo, che sarà pronto nel 2011). Faccio due foto, ma non è la zona più bella in cui un turista potrebbe stare, e ben presto me ne torno in città. Tre biondine entrano in un locale (a 10m da VillaCoyo!) e mi ci chiudo una mezz'oretta a sorseggiarmi una Pina Colada mentre rimugino su questa giornata davvero intensa. Le biondine ipertruccate si stanno facendo impezzare da autoctoni e da turisti.  La cosa mi dà molto a riflettere: ci sono vari modi di godersi San Pedro: puoi cercarci i divertimenti che cercheresti a Rimini (come le tre ragazzette) anche se talvolta può essere frustrante, oppure cercare di viverla per quello che ha da offrire. Bisogna stare attenti però a non travisare: per quanto avventurosa e fuori dal mondo, questa esperienza è e rimane comunque molto turistica: impiantati in un ex paesino povero e fuori dal mondo, tentano di farci dimenticare che Cristo non si è fermato prima, e così la tecnologia: ogni tre negozi c'è un internet bar (con bande ridicole, sono convinto che segnali di fumo opportunamente trattati potrebbero portare più informazione in un secondo), dotazione di superalcolici europei, e procacciatori di locali. Gli autoctoni cercano di mascherarlo, ma si riesce a percepire come in pochissimi anni la città si sia trasformata a causa della vil pecunia in funzione di noi turisti che quella pecunia portiamo, perdendo parte di quella naturalezza che la rendeva così magica anni fa (un po' come può essere successo qualche anno fa con la Croazia). I prezzi sono altissimi (quasi europei), e questo sentirmi turista con riflettore puntato su di me mi pesa, ed è un vestito che cercherò il più possibile di sgravarmi di dosso, cercando nella Lonely Planet vie alternative, possibilità diverse dal canale più turistico (ma senza riuscirci mai completamente, temo). L'indomani magari prendo una bicicletta per ritagliarmi qualche angolo di realtà.

Ore 1:30: buona notte, tanto domani ho giorno libero.

Lunedì 26. Giorno libero, diario di una bicicletta

  Dopo due giorni di corse e gite programmate, mi prendo un giorno per me. Mi alzo con calma, mi faccio una colazione con calma (deludentissima) in via Caracoles, mi guardo Plaza de Armas e il Bazar limitrofo fino alla zona degli autobus, entro nel museo Le Paige (dal nome di un prete che qui è un eroe): il museo è un po' deludente, mi colpiscono solo le due mummie; la bassissima umidità e la mancanza di pioggia costituiscono un ambiente preferenziale per la conservazione di reliquie e corpi umani, che gli antichi atacamenos mummificavano già qualche millennio prima degli egizi. La chiesa è chiusa, ma davvero molto bella da fuori. Vado in internet a dar segni di vita in italia (tanto gli amici italiani antitecnologici non ci sono a criticarmi), faccio un po' di shopping dove incontro un'italiana (tale Catia), e in generale familiarizzo con le vie del paese.

 Verso ora di pranzo reincontro l'italiana a Plaza de Armas e dopo 20 minuti di spiegone (ero un sanpedrino di terzo livello, lei di terzo, potete capire, e avevo speso mezz'ora a spiegare a americane, canadesi e olandesi la bibbia del bancomat a San Pedro) la invito a continuare la discussione a pranzo nel bel ristorante in plaza. Facciamo amabili chiacchiere, poi ci diamo appuntamento per stanotte dopo cena, alle 22 (sì, a San Pedro è noche!). Incontro la tedescona che mi dice di aver la mia stessa idea di affittare una bici, ma non so come mi dimentico di chiederle di andare insieme.

  Tra una cosa e l'altra (doccia, preparazione, eccezionale foto al cielo che si copre di un paio di nuvole), parto con la bicicletta poco prima delle 16, ma... dove vado? Valle della Luna sono 14km, un'ora e mezza, tanto a questa altitudine nel deserto e con soli due litri d'acqua nello zaino per andare e tornare, mentre Pozo 3 (ne parla la mia LP!) è ad appena 3km e pare essere un luogo di divertimenti con una bella piscina in the middle of nowhere (Valerio mi aveva detto di averla vista e che dev'essere una vista stupenda, snuoticchiare nel deserto in uno specchio di acqua azzurra con nulla attorno). Poiché la bici non mi sembra un granché, decido di cominciare da Pozo Très. Parto, passo la dogana di San Pedro ed eccomi, solo sudato e felice nel torrido deserto.

Mentre pedalo mi concedo qualche foto al panorama, autoscatti e autofilm on the road. Pedalare è dura (probabilmente ho un freno che fa contatto con la ruota), assaporo con gusto la mancanza ossigeno a 2500m, e a volte mi fermo a rifiatare e – ovviamente – a fotografare. Arrivo alle 16.30 a Pozo 3 e – meraviglia delle meraviglie! - è chiuso! L'acqua drena in fondo con lentezza, quasi a volermi prendere in giro, probabilmente è in manutenzione, o forse è finita la stagione due giorni fa (probabillimo!). Non c'è anima viva per km, l'occhio qui non mente, a parte una 4x4 di tedeschi pieni di birra che mi chiedono dove c'è da andare a far casino (anche loro sviati dalla Lonely Planet, una volta tanto). Esco da lì e torno a San Pedro, sudato accaldato e rosso. Sono quasi le 17 quando ho fatto rifornimento di acqua e succhi, e vado in casa a smollare la roba da piscina.

Ci sono Maurizio e Nicoletta, che saluto (al mio ritorno dovrebbero esser già partiti alla volta di Arica, se ben ricordo). Mi fermo un po' a chiacchierarci, e alle 17.10 parto.

  Sono sempre meno convinto: dovrei arrivare a Valle della Luna con il sole già tramontato (90' di pedalata, 15' di scalata, ...), e parte delle energie le ho perse, e lo sportivo che è in me... non saprei, credo di averlo lasciato a Bologna. La pedalata a ovest di San Pedro non è altrettanto facile, ci sono ripide salite e discese (brevissime ma intense!), ma è davvero bello: la strada è tutta mia. Qua e là ti incontro un camion (il termine catalitico non ha raggiunto il sud America, a giudicare dall'odore) e biciclette che tornano. Da notare il problema dell'illuminazione: avevo chiesto al tipo delle bici di darmi una torcia, aveva detto sì, poi avevo cercato in altri negozi, poi ero tornato (visto che era il miglior prezzo) e alla volta di partire mi dice di averlo dato 5 minuti fa a un gruppo di bionde del mio albergo; poco male, penso, saranno obbligate a tornare con me (nella testa mi si dipinge una scena di Fat bottomed girls.), magari poi la sera si va a festeggiare insieme e a raccontercela e magari... ma smettiamo di sognare: alle 18 mi son già fermato tre volte per la fatica, il vento è perennemente a 180° (mai sentito un vento così in bici!), e il ferrarese che è in me non è abituato a pendenze o bici con le marce (atavici pensieri salgono: marza, ma cus'èl, na mela?!?). Mi fermo in un punto bello, faccio due tre foto (tra cui autoscatti): il sole si avvicina pericolosamente all'orizzonte e mi lancia un ultimo sguardo di sfida. Meno di mezz'ora per arrivare, e non vedo ancora la mia destinazione. Ho fatto 10 dei 14 km, ma il vento è sempre contro di me, e comincio a chiedermi se avrò poi le energie per tornare. Il supergiovane che è in me discute animatamente con l'ingegnere e raggiungono un accordo: condizioni ignote di reazione del mio corpo sotto sforzo al poco ossigeno, niente cellulare, niente illuminazione mi inducono a non tentare la sorte. Me ne torno a San Pedro con la coda tra le ruote, il vento mi diventa amico e tutte le salite si trasformano – pensate! - improvvisamente in discese.

 Alle 18.45 son già a casa, i due savignanesi come mi vedono si mettono a ridere. Facciamo due chicchiere e nel frattempo torna Erica. Decidiamo di cenare insieme, questa volta la coppia va a prendere una pizza da Carmen (un 'piadinaro' da asporto che non li ha mai traditi con torte e empanadas). Li aspetto chiacchierando con Erica, poi ceniamo insieme, ci salutiamo con un po' di malinconia. Rimango solo con Erica, e stiamo un paio d'ore a raccontarci cose esperienze personali. L'indomani parte anche lei, e ci salutiamo sulle 21.30.

Faccio la valigia per domani poi esco a vedere se riesco a trovare Catia in Plaza de Armas. Ci troviamo a passeggiare e chiacchierare amabilmente per via Caracoles, che finisce senza che ce ne accorgiamo.  L'illuminazione pubblica finisce (l'asfalto non era mai cominciato), e la via comincia a passare sotto agli alberi, a passare un paio di corsi d'acqua senz'acqua, poi sopra un argine e infine in una grande distesa che costeggia la via per Valle della Luna. Le montagne in lontananza e un cielo da film ci fanno da cornice, rumori in lontananza ci dicono che alcuni locali sono lì a festeggiare (una birra? Qualcosa di illegale? Non indaghiamo), la cosa un po' ci spaventa e ci avvicina. Il cielo è terso, peccato solo per la luna mezza (con la nuova dà il meglio di sé) e un freschino non indifferente. Le stelle son belle, ci emozioniamo a guardarle senza riconoscere una sola costellazione (forse il Grande Carro? Andromeda? In questo emisfero non trovo nulla tranne la luna!). Stiamo lì un po', poi comincia a far irragionevolmente freddo e l'accompagno all'albergo. Torno a casa, dove mi godo la sigaretta della buona notte guardando il cielo con l'avanzo di ottimo Carmenere di ieri.

Martedì 27. Gita ai laghi dell'altopiano

Sveglia 6.30, aspetto un autobus che tarda tra le bestemmie degli astanti. Alle 9 circa arriviamo alla Laguna Chaxa, famosa per essere il punto più depresso del Salar de Atacama. Questa parte del deserto ospita ex-laghi salati che sono quasi completamente evaporati. Alcune montagne della cordillera andina portano importanti vie d'acqua sotterranea che talvolta esce nelle (poche) oasi, come San Pedro o Toconao. Un po' d'acqua affiora anche in questo lago morto, che è un monumento al sale. Siamo al bordo del Tropico del Capricorno.

Chiesa di SocaireFenicotteri nella Laguna Chaxa Rimasugli di acqua salata ospitano fenicotteri (di due specie: andini, con coda nera, e cileni, con coda rosa) e una razza a me ignota di volatili bianco-neri. Qualche simpatico topolino fa capolino durante la colazione che segue. Io e la francesina continuiamo a farci di coca. Si parte poi per i laghi Miscanti e Miniques (lontani da qui, sono nella comunità atacamena di Socaire, e non ve lo saprei certo ripetere se non avessi sottomano il dépliant). Dopo un intermezzo nella cittadina di Socaire (a 3400m) con chiesetta annessa, arriviamo a un punto molto alto e scendiamo dal bus.

  Paghiamo e camminiamo per questo colle verde. Faccio amicizia con una coppia di bruxellesi di mezza età. A poco a poco cominciano a delinearsi due laghi, non balneabili (ahimé!). La passeggiata  è difficoltosa, poiché l'ossigeno è molto rarefatto e ogni scatto di 5 secondi ti fa venire batticuore e fiatone. Siamo tra i 4 e i 5 mila metri. Il paesaggio è molto bello, sopra i laghi troneggiano gli omonimi vulcani Miscanti (5600m) e Miniques (5900m).  Si pranza al sacco con palta come se piovesse, si beve e ci si abbronza (ma solo il viso: fa molto freddo e siamo tutti imbacuccati).

  Si parte poi alla volta di un parco che direi essere la Quebrada de Jere. Parcheggiamo in una zona desertica, e la guida ci porta a vedere antiche casette scolpite nella roccia come igloo risalenti a 7-10mila anni fa. Un pezzo di paleostoria del pianeta giace qui perfettamente conservata, con tanto di dipinti sul muro che sfidano ogni giorno il sole. Scendiamo poi in una stupenda oasi di verde lungo un rivolo d'acqua dove dei locali fanno il bagno ridendo. Seguiamo il ruscello lungo un sentiero, ai lati è pieno di fichi e mele cotogne. I turisti ne fanno scorpacciata. Uno spagnolo lascia l'ingombrante morosa col gruppo, e si allontana con me in 10 minuti di libertà e ci inoltriamo nella fitta vegetazione scattandoci copiose foto a vicenda. Arriviamo a una doppia parete di roccia che poi rivedremo dal bus (un centinaio di metri sopra) scambiandoci compiaciuti sguardi di intesa. Torniamo in cima dove la vista è magnifica: rocce ovunque, con uno scorcio di verde sotto di noi.

  Ci rimettiamo nel bus. Come ultima tappa si fa un passo per Toconao, famoso per avere chiesa e campanile separati. Dopo un finto shopping e aver visto da vicinissimo un lama, si torna a casa. Accaldato e stanco, non mi spoglio però finché non ho fatto il mio dovere: copiare in un internet le foto sul mio HD portatile, e poi backuppare il tutto su DVD (stavo pensando di spedirmelo, così le mie foto sarebbero sopravvissute a un mio incidente, ma infine non l'ho fatto).

 Finito il tutto, vado a casa contento, e per premio mi concedo una doccia. Alle 21 decido di girare tutti i ristoranti per decidere quale sia meglio per l'ultima cena. Vengo convinto da un tipo a entrare nel suo locale per una mega impanada con filetto+cheso+champignon a 3500$ (che magicamente lievitano a 4000 nel menu “Scusa, mi ricordavo l'empanada di verdure!”). Finisco questo zavaj con grande fatica, però è ottima. Alle 10:05 passo da Plaza de Armas, metti che l'anconetana passi, ma nisba. Poco dopo vado a casa. Per dormire devo mettere a tacere tre inglesini che giocano a poker davanti alla mia finestra: no prob, avevano un problema di bancomat e li erudisco con i miei sudati tips: dov'è, dove funziona, che carte accetta, ... Finisco la valigia, 2 sms per l'Italia e buona notte.

Mercoledì 28. Da San Pedro a Valparaiso

Sveglia teorica alle 6.30 (in pratica mi sveglio alle 5 per il freddo). Riorganizzo le mie cose ed esco ad aspettare il bus che avevo prenotato qualche giorno fa. Alle 7.15 ancora non c'è, e ho un aereo alle 9.30: terrore. Chiamo papà nel frattempo (che era un po' preoccupato) e il servizio taxi/bus al cellulare, ma eccolo intanto arrivare. Arriviamo a Calama, una colazione costosissima per cui la tipa non ha il resto (solito problema assurdo), pupù (il bagno dell'aeroporto ha pure la doccia!), e aereo con scalo ad Antofagasta. Neanche a sto giro vedo dal finestrino la mitica miniera di Chiquimacata. 

Arrivo a Santiago alle 12.20 e prendo al volo il bus per Santiago Pajaritas dove c'è un enorme terminal di bus; da lì prendo un bus per Valparaiso (la somma delle due attese è 5 minuti, una cosa incredibile). Mi siedo in punta ma poco dopo una cilena un po' sovrappeso mi sloggia poiché i posti lì sono prenotabili! Vado dietro e mi trovo a fianco di una bella gnocca, un po' tirata (il che è raro in Cile, le donne sono tutte acqua e sapone, e – scusate il mio raro campanilismo – non sono all'altezza delle nostre italiane! Me lo confermano pure alcuni autoctoni) con lettore mp3, occhiali da sole, eccetera. Sembra di cultura europea, ma di lineamenti un po' asiatici.Quasi arrivati, mi intomella chiedendomi se so di un ostello; mai Lonely Planet fu più galeotta: gliela presto e lei comincia a trascriversi i posti-numeri-indirizzi, e le traduco in un raffazzonato spagnolo alcune parole e locuzioni in italiano che non capisce, tra cui forse la più importante (bagno privato). Alla fine mi offro di farle da guida, e Yuly accetta.

Un cannone da un belvedere dello stupendo Cerro Conception Vista del porto da un belvedere dello stupendo Cerro Conception Arriviamo all'ostello insieme (dopo un autobus dal terminal al quartiere ovest, una camminata e una funicolare per Cerro Concéption), è il primo suggerito dalla Lonely Planet. Siamo una improbabile coppia alla “Non guardarmi non ti sento”: io straorganizzato ingegnere e perdipiù dotato di Lonely Planet; lei che sa lo spagnolo (e con me a fianco, serviva, ve lo garantisco!), io che le biascico due parole in italo/espanico/inglese mentre il mio sguardo scivola sul suo seno (sarò fatto di carne anch’io, no?), lei che traduce ad autisti e ristoratori le mie complesse idee... passeggiamo tutto il pomeriggio nella parte che va da Plaza Sotomayor (no, non è uno scherzo!) indugiando un po' a ovest verso il porto, poi passando a est. Talvolta saliamo per i Cerri (oltre a Concépsion, anche Alegre e Bellavista). Ci facciamo un caffé o meglio un onze (concetto di merendona tipo il tea time inglese: sono golosi questi cileni!) in piazza Pinto: un thé più un toast di bistecca e palta (mi sfugge ora il nome, qualcosa tipo 'cochillas', ma non so, spero solo di non aver involontariamente bestemmiato).

 La città è splendida: un groviglio di fili elettrici tra i pali della tensione si alternano a case di colori volutamente pacchiani: colori pastello tutti diversi tra loro. Architetture di secoli e aree diverse si alternano, dal vittoriano al liberty, dalla catapecchia alla bella cattedrale. Yuly fotografa i gatti, io tutto il resto. La vegetazione è bellissima, ci sono un paio di alberi larghi 20 metri sotto cui si baciano gl'innamorati e – supponiamo – pisciano i cani. Poi shopping: ricorderete che ho gli stessi pantaloni da 7 giorni, e il primo si erano sporcati di crema solare e altro. Compro un paio di pantaloni (jeans trendy a 13€ con finiture viola) su suggerimento di Yuly e un immancabile marsupietto giallo per ottemperare alla mancanza di tasche laterali (cercando di spiegare a Yuly il perché dell'amarillo nel mio improvvisato spagnolo). Non ultimo, compro un quadernetto in cui avrei poi scritto queste note che ora leggete (che poi ho trasposto su computer in Italia).

  Infine torniamo in albergo. Sono le 20 e siamo entrambi stanchi morti, vorremmo cenare ma abbiamo appena fatto la onze e siamo pienotti. Lei passa ore al telefono in camera sua (la 2.6), io a scrivere queste note in camera mia (2.4, questione di kernel). Sono le 23; vado timidamente a dirle che mi faccio un'ultima passeggiata prima di andare a nanna, e decide di seguirmi. Ci guardiamo un romantico belvedere e scendiamo in città per un drink. Ci fermiamo a guardare l'interno di tutti i locali del lungomare tra cui anche il mio preferito (quello rockettaro, El Huevo) e alla fine ci fermiamo all'Aché Havana (mi pare): un localino con luci soffuse, musica discreta e un gruppetto che suona. Ora che entriamo, però, il gruppo è uscito e siamo soli nel locale: ci beviamo un cocktail e facciamo due chiacchiere. La musica è buona, anche se un po' melensa, il locale scuro e i cocktail scarsi e troppo costosi (ne conveniamo entrambi). Usciti dal locale, torniamo verso casa mano nella mano e ci fermiamo un po' su una panchina del belvedere 'nord' (ce n'è due in direzioni opposte) di Cerro Concepciòn.

Andiamo a letto un po' tardi (sulle 2.30), sveglia alle 8.

Giovedì 29. Valparaìso e Vina del Mar

Sveglia alle 8.

  Alle 9 ci troviamo per colazione insieme: una mega colazione da 2000$ con palta, uova, mantequilla, pane, naranja, finto caffè (come diceva la nostra guida sul Nescafè: "No es cafè", peccato non sapesse che per noi italiani NON SOLO il nescafè all'estero è un finto caffè): insomma tutto tranne l'acqua; la chiedo e me la portano (CALDA!) Guardo su internet il meteo della vicina Vina del Mar. Lei va a fare le sue commissioni (deve ritirare un pallet di 318kg dalla Germania, si è appena trasferita) e ci diamo appuntamento alle 14, così ho tempo di vedere un bel po' di Vina. Cerco di esaurire tutte le zone suggerite dalla guida, rifacendo in buona parte il percorso di ieri con Yuly: mi giro per bene Cerro Concepcion e Alegre, dove vedo il bel Palacio Baburizza (il cui museo delle Bellas Artes è però chiuso), poi scendo.

Plaza Sotomayor!!! Casette color pastello in Cerro Panteòn Edificio storico in stile europeo nella via principale vicino a Piazza Vittoria Da Plaza Sotomayor vado verso il Mercato Central, Plaza Matriz (la zona più malfamata della città 'ricca'), con una mano perenne al portafoglio (come dice la LP). Arrivo a Plaza Wheelwright, e torno indietro lungo il porto. Scendo poi da Sotomayor lungo la Esmeralda e parallele fino a Plaza Pinto, poi salgo Cerro Pantèon (anche a sto giro mi perdo la casa di Neruda!!!), poi riscendo, vado al mercatino di fianco alla COOP in Bellavista e scatto 2 foto, poi torno in Plaza Victoria a vedere le splendide statue e la fontana, e la Cattedrale. La città ha un fascino bohemien molto particolare: vedi spesso studenti universitari ma sembrano tutti iscritti al DAMS o all'accademia di belle arti: tutti con un blocco in mano a ritrarre a matita uno scorcio di piazza o di colle. In effetti, ovunque tu sia a Valparaiso puoi guardarti intorno e trovare un punto adatto a un quadro, e le persone sembrano andare a caccia di punti privati. All'una, do un colpo a Yuly (no, non in quel senso!) che è all'ostello che mi aspetta. Salgo a prenderla. Le camere son già state assegnate: la cosa mi dà un forte senso di nostalgia ma trovo la forza di scroccare un'ultima volta il bagno.

Il porto visto da Cerro Baron, a estVado e le propongo il mio tour: mi rimane solo qualcosa del lato est (Cerro Baròn con la sua bella chiesa e il Congreso Nacional) e poi Vina del Mar. Per cogliere due piccioni con una fava, le propongo un treno, e altre idee per ottimizzare costi e tempi che una mente sana non potrebbe mai partorire; una volta che le trasferisco questi dati, lei li traduce in spagnolo e riesce a ottenere dei biglietti a prezzi normali (non turistici, come a me, che mi dicono 'entra pure, il biglietto te lo facciamo sul bus' e poi scopro di averlo pagato il doppio). Cerro Baron ci offre un primo pacco: l'ascensore è rotto. Prendiamo allora l'ascensore vicino (il Lecheros). La vista è ottima, ma Yuly non ce la fa più a reggere il mio passo, vuoi anche per le scarpe con tacco (mi dice insistentemente e quasi con affanno frasi d'amore del tipo “Te quero matar”).

    Scendiamo a prendere il treno per Vina del Mar, dove fermiamo a Miramàr. Da lì ci spostiamo verso il mare fino all'orologio floreale che fa tanto Riccione (o è Cattolica?). Fotografatolo, ci accasiamo sulla playa per un'oretta: prendo un po' di sole, rincorro un granchio, tocco l'acqua (non è così fredda come dicevano! Però è l'unico giorno dei 7 in cui ho le mutande al posto del costume). Un po' controvoglia (siamo molto stanchi), camminiamo per il lungomare fino al Casinò. Inizialmente non mi piaceva molto: qualche sparuta spiaggia davanti a case accrocchiate a caso. Dopo una curva, però, c'è un castello che mi ricorda troppo il castello di Miramare a Trieste, e sul lato opposto un sontuoso albergo arabo con una splendida vegetazione si inerpica per un piccolo colle.

 Il Casinò, e soprattutto il giardino limitrofo, sono fantastici, e il “viale Ceccarini” è pieno di gente. Ci mangiamo qualcosa all'Africa (come suggerito da LP). Il posto è mitico, le porzioni colossali (il mio salmone al Pobre faccio fatica a finirlo e non avevo pranzato!). Pago, Yuly va al bagno e nel frattempo mi lascio affascinare dal palo dei pompieri. I bimbi mi guardano e additano alle madri, ora il mio orgoglio è in gioco: poggio lo zaino e mi lascio scivolare. Solo troppo tardi mi ricordo di avere la macchina fotografica in tasca: il visore è fottuto; povera, non so che dirle: ha dato fino all'ultimo respiro, regalandomi 3 giga di foto in sole 2 settimane. Ci incamminiamo di nuovo per la via alla ricerca del terminal dei bus. Prendiamo quello per Santiago Alameda (Pajaritas è chiuso, insieme a metà di Santiago, a causa di una dimostrazione della popolazione poiché – come mi spiegherà il tassista l'indomani – oggi ricorre un brutto ricordo della storia cilena in cui molti giovani furono uccisi dal regime di Pinochet) alle 20.15, e tra vari ritardi arriviamo alle 22. Da lì, prendiamo la metro (Università de Santiago), dove Yuli ed io infine ci salutiamo.

Torno all'albergo distrutto. Il giapponese di fronte all'albergo ha tolto i tavoli fuori, e così il personale si è chiuso dentro: non posso nemmeno salutare la mia cameriera ricciolina. L'estate è ormai finita. In albergo tiro fuori il notebook, e tra barba e ciappini di primaria importanza e valigia si fa l'1.30. Punto la sveglia alle 7.30 (un errore di calcolo mi sveglia alle 3.30 poiché ho puntato la sveglia sul cellulare con ora italiana).

Venerdì 30: il ritorno

Mi sveglio alle 7, colazione, chiudo la valigia, e taxi per l'aeroporto. Il tassista è nipponico, e ci facciamo delle ottime chiacchiere (per quel poco che il mio spagnolo consente). Il check in è indolore, mi do a un po' di shopping e mi imbarco. Il vicino è uomo (in una tragica rottura col passato, ma tranquilli: non sarà così nel breve tratto Madrid-Bologna), ma molto simpatico. E' del nord ovest, vicino Santiago de Compostela. Mi racconta un po' di cose, e mi suggerisce di provare l'Argentina, e Buenos Aires. Mi lascia infine terminare il racconto, ma a fatica: si vede che ci teneva a conversare. Il suo inglese è quasi al livello del mio spagnolo, ma con metà per uno ci capiamo. All'una del pomeriggio ceniamo e poi cerchiamo di dormire. Il sonno è un tormento: riesco a dormire due ore e a passarne 8 in dormiveglia cercando di rubarne un'altra... Alle 7 sono a Madrid, stanco. Lo spagnolo mi aveva un po' stuzzicato la curiosità di Madrid  tanto da meditare di prendere – nelle tre ore di coincidenza – una metro per il centro e vedermi la piazza. Biasanot come sono i madrigali (o come si chiamano gli spagnoli di Madrid), alle 7 vedrei ancora gente far baldoria!!! Ma le distanze sono lunghe, e ora che sono davanti al mio gate manca solo un'ora al volo. Qualcuno parla italiano. Di fianco ho l'ennesima gnocca, che va a Urbino a trovare il moroso. Dai finestrini vedo finire il mare e cominciare le montagne tinte di neve dell'appennino, e crocicchi urbani dapprima della Toscana poi dell'Emilia. Riconosco “San Pedro en Casal” e relativo zuccherificio, e poco dopo l'aeroporto di Bologna, e per citare Sam Gangee (in un libello più illustre di questo)... sono tornato a casa.

 
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